La conferenza stampa della Polizia di Stato
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Cronaca

Decapitato il clan Capriati. Le loro mani anche su Giovinazzo

Le principali fonti di reddito erano lo spaccio di stupefacenti e le attività estorsive

Un duro colpo al ricostituito clan criminale Capriati di Bari è stato sferrato della Direzione Distrettuale Antimafia e dalla Squadra Mobile della Questura di Bari. L'indagine ha portato nella notte all'arresto di 20 soggetti appartenenti o vicini alla nota famiglia mafiosa barese.

Tra i nomi figura anche quello di Filippo Capriati che, uscito dal carcere nel 2014, era riuscito in breve tempo a rimettere in piedi l'organizzazione mafiosa e i suoi affari illeciti nel territorio di Bari e del nord barese, tra cui Giovinazzo.

Nelle operazioni di sequestro della Polizia di Stato sono rientrate anche pericolose armi da guerra, tra cui dei fucili kalashnikov, che testimoniano come il gruppo criminale fosse disposto a qualsiasi azione pur di imporre il proprio controllo sulla città. Le indagini hanno, inoltre, portato gli uomini della Questura a sventare un omicidio.

Le principali fonti di reddito erano lo spaccio di stupefacenti e le attività estorsive, che la famiglia Capriati esercitava in città e nei comuni vicini di Bitonto, Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. «Dall'indagine - spiega in conferenza stampa il procuratore della Repubblica di Bari Giuseppe Volpe - è emerso che il clan Capriati imponeva l'acquisto dei propri prodotti, sacchetti di plastica su tutti, nei mercati rionali (in particolare quello di Santa Scolastica nel rione Carrassi, ndr) e anche agli ambulanti che esercitavano alla sagra di San Nicola del 2015».

Nonostante gli ingenti armamenti di cui disponeva la famiglia criminale, non risultano dalle indagini episodi di violenza a corredo delle attività illecite del clan. «Ormai da tempo - continua Volpe - non è più necessario per i gruppi mafiosi esercitare la violenza; basta il loro "brand", e nella fattispecie quello dei Capriati, per incutere terrore».

L'intento della famiglia era non farsi sfuggire il controllo su alcuna attività che potesse generare proventi illeciti. Ecco perché i Capriati avevano architettato un astuto stratagemma per inserirsi anche presso il porto di Bari. «La costola del clan che faceva capo a Filippo Capriati - spiega il procuratore - assumeva persone affinché lavorassero al porto, nella cooperativa che gestiva la viabilità. La maggior parte di essi erano pregiudicati; noi ce ne siamo accorti, abbiamo indagato e siamo riusciti ad arrestare i criminali».

Tanto e tale era il potere della famiglia mafiosa che i suoi componenti e affiliati riuscivano a eludere le liste di attesa per prestazioni sanitarie e diagnostiche, come racconta Volpe: «Tra le tante attività che il gruppo praticava c'era anche l'intrattenere "amicizie" con il personale dell'Azienda Sanitaria Locale, che in verità era letteralmente terrorizzato dai mafiosi. Essi riuscivano a ottenere prenotazioni con rapidità che è assolutamente ignota al cittadino onesto. Allo stato delle indagini risulta che i "facilitatori" del clan criminale non fossero conniventi ma che agissero mossi dalla paura che incuteva la famiglia».

Dall'indagine, infine, è emerso come il noto clan barese fosse ancora legato alle regole della vecchia mafia. Tra queste c'è la pratica dell'affiliazione, di origine camorristica, che sembrerebbe essere ormai in disuso presso organizzazioni mafiose di altri territori.

«A Bari - conclude Volpe nella sua disamina - sopravvivono i riti di affiliazione perché la mafia barese è molto più arcaica e tradizionalista di quella, per esempio, di Foggia che, pur essendo una criminalità molto feroce, è moderna e si è adattata ai tempi, abbandonando i riti di affiliazione perché ritenuti elemento di debolezza».
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