Irina con i suoi figli
Irina con i suoi figli
Attualità

Irina racconta a GiovinazzoViva la tragedia della sua Ucraina

Abbiamo chiesto ad una donna che lavora e vive da undici anni nel nostro Paese di spiegarci ciò che sta accadendo

Le cronache nazionali ed internazionali si stanno occupando 24 ore su 24 della tragedia che sta vivendo il popolo ucraino, sotto assedio russo da una settimana circa. Ennesima insensata guerra, figlia di errori politici su opposti fronti, ma che non può mai avere alcuna giustificazione.
La nostra redazione ha quindi pensato di portare a voi lettori la testimonianza di una cittadina ucraina, Irina, che vive in Italia da undici anni in Italia per motivi di lavoro, otto dei quali vissuti a Trani e tre a Molfetta, dove tutt'oggi lavora ora come badante.
Irina ha due bambini, una di sette anni e un maschietto di cinque anni, suo marito è ucraino, lo ha conosciuto in Italia ed ora lui sta lavorando a Firenze. Drammatica la chiamata alle 5.00 di mattina del 24 febbraio scorso, quando lo ha informato della guerra, degli attacchi russi alla sua nazione, scoperti dai messaggi di parenti ed amici nella capitale Kiev.
Il marito è ora impegnato con i volontari per inviare gli aiuti al popolo ucraino. Noi, in un momento così particolare, ringraziamo Irina per la testimonianza che ha voluto rilasciare a GiovinazzoViva. E ciò che leggerete è il resoconto senza filtri di quanto ci siamo detti.

IL RACCONTO DI IRINA

«La mia città Nadvirna, nell'Ucraina occidentale, non è stata al momento bombardata - ci ha raccontato Irina -; il 24 febbraio è invece stato bombardato l'aeroporto di Ivano-Frankivsk sul cui è stato lanciato un missile che ha distrutto tutto, bloccando quindi i voli e i collegamenti aerei. L'aeroporto si trova in una cittadina vicina a una città principale di quella provincia. Quasi tutti gli uomini sono stati chiamati dall'esercito per arruolarsi, quelli che hanno difficoltà ad utilizzare le armi sono impegnati a guidare i camion per portare alimenti, medicinali, pasti caldi e cibo a lunga conservazione. Il popolo ucraino sta donando sangue per far fronte all'emergenza, sta dimostrando grande forza e unità in questo momento doloroso e terribile».

La sensazione claustrofobica è simile a quella palesata da altri ucraini intervistati in questi giorni dai media di casa nostra: «Mi sembra di vivere in un incubo, sento ogni giorno la mia famiglia - ci ha detto Irina -. I miei genitori fortunatamente stanno bene.
La mia famiglia, nelle prime ore della mattinata del 24 febbraio, ha sentito un boato - è l'inizio della narrazione dal luogo degli orrori - e dalla televisione e dai social ha saputo cos'era successo. Su tutto il territorio dominava il suono delle sirene. Mia sorella lavora vicino all'aeroporto e lei e i colleghi sono stati tutti avvisati attraverso tv e social di non uscire per andare a lavorare».

Quanto alla presunta vita di queste ore e giorni in Ucraina, una costante è sempre presente nel racconto: le sirene, le maledette sirene che aprono le porte dell'abisso e sono spartiacque tra sopravvivenza e morte.
«Mi hanno detto che ogni sera suona la sirena per ricordare che c'è pericolo - è la sottolineatura apparentemente ovvia che però fa trasparire il buio dell'anima in chi è costretto a subire quella situazione d'assedio continuato -. Per nostra fortuna, al momento, la zona dell'Ucraina occidentale non è stata bombardata, speriamo bene, siamo tutti terrorizzati. Ho detto a mia sorella, che ha tre bambini, di andare alla dogana, mettere a punto tutti i documenti e venire qui da me in Italia; vorrei anche i miei genitori con noi, non so però quale decisione prenderanno.
Mia cognata si è spostata in un villaggio vicino alla Romania - è un altro capitolo doloroso della sua narrazione comprensibilmente travolta dai sentimenti interiori - Sapete, lei è incinta, è in attesa del terzo figlio e suo marito è stato purtroppo chiamato per arruolarsi.
Mia cugina, invece, abitava a Kiev, si è spostata per andare in un posto più sicuro, la città di Hostomel vicino all'aeroporto di Antonov; quando sono cominciati gli scontri, lei ha sentito gli spari e si è spaventata molto; con il suo bambino di tre anni è andata in un'altra città dove l'hanno aiutata a spostarsi per andare in Ucraina occidentale. Lei piangeva sempre, era agitata, il bambino spaventato era attaccato alle sue gambe, lei gli copriva le orecchie quando hanno sparato - è il racconto rotto da una voce che si è fatta flebile, tremante - Ha impiegato molto tempo per spostarsi, poiché non ci si può muovere durante le ore del coprifuoco. Le ho chiesto: "hai mangiato?". Mi ha risposto: "ho dimenticato di mangiare, ho dato il mio pasto caldo a mio figlio" (silenzio carico di tensione ed emozione, nda).
Mia cugina ha quindi fatto una lunga fila alla dogana per andare in Polonia, spero che lì sia al sicuro - è la speranza -. I miei familiari rimasti in patria, invece, mi hanno detto che in ogni città ci sono militari russi che danno informazioni e indicazioni all'esercito su dove bombardare, sui punti sensibili delle città. Anche la famiglia di mio marito in Ucraina sta vivendo momenti terribili di paura e noi siamo in grande apprensione per loro. E la difficoltà maggiore - ha sottolineato - e che in questi giorni diventa sempre più pericoloso spostarsi, perché le strade sono presidiate dai militari russi».

Il racconto di Irina ha in sé tutti gli elementi dai quali emergono paura e sconforto sulle sorti del suo Paese e del popolo ucraino. Sul finire della nostra chiacchierata telefonica ha lanciato un grido di dolore ed al contempo di speranza.

«Speriamo - è il suo auspicio ribadito con forza - che il mondo, che le altre nazioni ci aiutino, che tutto torni tranquillo, che trovino la strada per farci uscire da questo incubo e che la guerra si fermi. Noi vogliamo essere liberi e fare la nostra vita. Putin è un pericolo per tutto il mondo. Prima della guerra abbiamo letto sui libri le storie delle guerre, ora le stiamo vedendo da vicino, e tutto questo è terribile. La nostra gente esce per strada con le bandiere e dice: "vogliamo l'Ucraina libera!". Ecco, noi vogliamo continuare ad essere liberi, un popolo indipendente e sereno. Sappiatelo e raccontatelo alla vostra gente».
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