Mariella Serrone
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Scuola

#iorestoacasa con le classi virtuali

La didattica a distanza secondo un’esperta docente giovinazzese

In seguito alle disposizioni governative atte a contrastare la diffusione del Covid-19, scuole ed università italiane hanno sospeso le lezioni nelle aule ed optato per un nuovo modo di insegnare ed apprendere mediato dallo schermo di un computer. Anche le scuole giovinazzesi, di ogni ordine e grado, si stanno misurando con la didattica a distanza invogliando bambini e ragazzi ad apprendere in modo meno tradizionale.
Abbiamo chiesto a Maria Serrone, docente giovinazzese di Scienze integrate presso l'Istituto Lotti Umberto I di Andria ed esperta di didattica digitale, di esprimere il proprio punto di vista sull'argomento con riferimento particolare alla situazione contingente. Vi riportiamo integralmente il suo pensiero qui di seguito con lo scopo di fornire ai docenti ed alle famiglie ulteriori spunti di riflessione sui nuovi strumenti e sulle nuove modalità di apprendimento di cui si sta avvalendo la scuola italiana da qualche settimana.

L'emergenza sanitaria di questi giorni ha portato all'attenzione di tutti la scuola, il suo ruolo non solo formativo ma anche sociale e relazionale, l'importanza che ricopre, la necessità di non arrestare la sua attività e quindi il dovere di ricorrere a forme alternative rispetto alla didattica in presenza. Su carta stampata, in rete e sui social network, si è discusso e si continua a discutere di didattica a distanza; in modo quasi pressante, la didattica è entrata in tutte le case degli italiani ed ovunque si sente parlare di questa nuova metodologia e delle diverse applicazioni che possono servire ad attuarla (flipped classroom, piattaforme digitali dai nomi diversi: classroom, whischool, edmondo ed altre).
Ne parlano tutti, anche senza una reale competenza. Quest'ultima appartiene solo a quella comunità di docenti che nel tempo e pian piano ha sperimentato le diverse forme di didattica digitale, aderendo al manifesto delle "Avanguardie Educative", e ne ha colto l'utilità nella formazione dei propri discenti.
Da anni nella scuola pubblica è in vigore un Piano Nazionale Scuola Digitale che ha proposto una formazione diffusa sulle tecnologie. Ormai da diversi anni, la formazione in servizio, "obbligatoria, permanente e strutturale" secondo la legge della "Buona scuola", ha raggiunto tutti (è il collegio dei docenti a deliberarla) lasciando ampi margini individuali di scelta. Nonostante tutto, nel momento storico in cui viviamo, per qualcuno la sensazione è quella di essere buttato in acqua senza salvagente, mentre gli viene chiesto di imparare a nuotare, affrontando un mare sconosciuto. Tutto ciò è comprensibile ed è dovuto ad un unico motivo: la formazione, spesso teorica svolta con webinar, non si è tradotta in una diversa modalità di lavoro, poiché nella quotidianità il docente si scontra con situazioni tecniche spesso complesse: dalla linea Wi-Fi inadeguata agli strumenti tecnici che, se affidati ai device personali degli alunni, tirano in campo il problema della varietà e spesso dell'impossibilità di sostenere applicazioni utili alla didattica.
Questo aspetto è diventato ancor più evidente in questi giorni, in cui si è chiesto agli alunni di lavorare a distanza, portando alcuni ad ipotizzare che la didattica on line aumenti le diseguaglianze.
Tutto questo non avviene in paesi come la Finlandia, dove molti docenti italiani hanno svolto formazione grazie ai progetti Erasmus.
In realtà la situazione oggettiva ci rende tutti sperimentatori, sia i docenti sia gli alunni. Questi ultimi non sono semplici fruitori di un diverso modo di fare didattica, ma diventano attenti osservatori, capaci di esprimere punti di forza e punti di debolezza ed i genitori stessi sono chiamati a valutare questo nuovo servizio offerto dalla scuola pubblica. Se in passato piattaforme e strumenti digitali erano un modo per rinforzare la didattica in presenza, permettendo di avere contenitori condivisi a cui rimandare gli alunni per usufruire di materiali, dove creare questionari mirati ai diversi stili cognitivi per i compiti a casa, dove avere una restituzione ordinata dei compiti, ora questi diventano unico strumento a disposizione. In questa situazione, si comprende come manchi quel feedback in presenza e quel dibattito dialogico che ha al centro gli alunni, che si chiama scuola e che porta alla crescita dei nostri alunni, punto determinante nel far comprendere il ruolo dei docenti. Essi sono mediatori culturali e maestri di vita, un'idea, questa, che si era persa, pensando si potesse far da sé («tanto c'è internet» - ci dicono spesso i ragazzi quando li sollecitiamo a studiare-).
L'invito di noi docenti è quello di accompagnare i ragazzi in questo momento storico, incoraggiandoli a non perdersi (facile distrarsi su Instagram e social diversi), sostenendoli con strumenti adeguati e valutando l'enorme sforzo che stiamo mettendo in campo lavorando da casa e con i nostri strumenti, dimostrando ancora una volta che l'insegnamento non è solo una professione, ma anche una missione: quella di aiutare a crescere e formare i cittadini di domani.

prof.ssa Maria Serrone
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