Raffaele Sollecito a
Raffaele Sollecito a "Porta a Porta"
Cronaca

Le verità di Raffaele

Sollecito ospite di "Porta a Porta" ha raccontato la sua versione dei fatti sull’omicidio di Meredith Kercher

«Sì ho pensato che potrei andare in prigione, per me è incredibile questo. Non ho fatto nulla, non c'entro nulla e non esiste nulla che mi metta sul luogo del delitto in maniera fattuale». Parole pronunciate da Raffaele Sollecito durante la trasmissione di Rai 1, "Porta a Porta", condotta da Bruno Vespa. L'ingegnere informatico giovinazzese è accusato dell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nella notte tra l'1 ed il 2 novembre 2007.

In 7 anni ci sono stati quattro processi. Condannato in primo grado con Amanda Knox, Sollecito era stato assolto in appello. Ma quel giudizio di secondo grado era stato annullato dalla Corte di Cassazione, portando ad una nuova condanna a 25 anni. A marzo, esattamente il 25, Raffaele Sollecito dovrà sostenere l'ultimo grado di giudizio. Per ora in carcere c'è solo l'ivoriano Rudy Guede, che sconta 16 anni in via definitiva. «La mia vita non è cambiata la notte tra l'1 e il 2 - ha detto incalzato da Bruno Vespa - ma quando gli inquirenti mi hanno portato in carcere. La conoscenza di Amanda fatalmente mi ha portato in questo inferno».

La vita di Raffaele è sospesa in attesa del verdetto finale, mentre Amanda Knox vive negli Stati Uniti dove lavora scrivendo recensioni di spettacoli teatrali per un giornale cittadino di Seattle ed è ritenuta una vittima del sistema giudiziario italiano. «Non posso rispondere io per Amanda» ha ricordato Sollecito a Vespa e poi ha ricostruito i fatti di quella notte: «Dalle ore 20.,30-21.00 circa io ero a casa - ha sottolineato l'imputato - e non sono andato in via della Pergola con Amanda quando è tornata. Io sono rimasto a dormire. In quegli anni della mia vita mi fumavo una canna ogni tanto, specie se in compagnia - ha ammesso -, e quella sera avevo fumato un quantitativo molto piccolo presente nel mio cassetto. Infatti gli inquirenti non hanno trovato nulla perché era un quantitativo modico totalmente fumato».

Questo giustificherebbe i ricordi lacunosi relativamente a quelle ore. Raffaele Sollecito non ricorda quando Amanda sia tornata a casa, ma è certo: «Amanda non ha dormito da me!». Circa il modo strano di comportarsi della statunitense nelle ore immediatamente successive all'omicidio, Sollecito ha ribadito che «Amanda spiegò durante le udienze di essere terrorizzata durante gli interrogatori». Così come l'allora studentessa americana, Sollecito ha voluto evidenziare di aver subito «pressioni incalzanti dagli inquirenti. Mi hanno detto che non sarei mai più uscito dal carcere. Mi hanno tenuto 15 ore sotto interrogatorio. Io cadevo in contraddizione non comprendendo a quale giorno si riferissero. Mi tolsero le scarpe, lasciandomi a piedi nudi, pensando che quelle scarpe fossero quelle che indossavo durante l'omicidio. Hanno poi dato ragione al mio consulente 8 mesi dopo - ha evidenziato - circa l'orma trovata nella stanza di Meredith, mentre avevamo fornito quella prova già dopo 2 mesi. Fu il mio consulente a trovare le contraddizioni dell'accusa».

La mattina del ritrovamento del corpo della povera ragazza britannica, racconta Sollecito, «Amanda mi ha detto di aver visto vetri infranti e la porta di casa sua completamente aperta e che pensava che le sue coinquiline fossero andate a gettare i rifiuti. C'erano poche gocce di sangue quando arrivai. La porta di Meredith era chiusa a chiave ed io dissi ad Amanda di chiamare le sue coinquiline e Meredith». In ogni caso, ha precisato dopo una domanda di Vespa, «io non credo che Amanda l'abbia uccisa. Non mi pare possibile. Mi sarei accorto di qualcosa. Questa tesi mi sembra inverosimile. Ma deve rispondere lei di queste accuse, non io».

Le cose non andarono così e dopo è arrivato il calvario giudiziario che ancora continua e che invece lo coinvolge in prima persona. Raffaele è certamente diverso, oggi ingegnere informatico che fa fatica a trovar lavoro, ma che ha ancora voglia di gridare al mondo la sua innocenza dopo 7 anni. Ha osservato le immagini dei suoi concittadini ed amici che lo difendono durante un servizio mandato in onda ed ha raccontato di aver cercato un contatto con la famiglia della vittima: «Ho tentato più volte di parlare con i genitori di Meredith - ha detto -. Se si vedono i fatti in maniera asettica si comprende che sono stati commessi un sacco di errori. Inviai una lettera al dottor Maresca loro difensore, senza ricevere risposte. Anche la mia famiglia ha cercato contatti, senza che mai loro si avvicinassero».

L'interrogativo con cui Sollecito arriverà al 25 marzo, data dell'inizio del processo davanti alla Suprema Corte, resta lo stesso da tanto tempo: «Che motivo avevo di voler male a Meredith? Qui si tratta di avere giustizia su quella che è la verità». Una verità ed una giustizia che adesso sono nelle mani dei giudici romani.
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