Sandro Mazzola jr
Sandro Mazzola jr
Vita di città

I Mazzola col cuore a Giovinazzo sulle tracce di Valentino

Sandro jr ha incontrato una rappresentanza interista in città. E noi abbiamo anche chiacchierato col suo papà

C'è un filo sottile eppure ben saldo che lega Sandro Mazzola e suo figlio Sandro jr a Giovinazzo. Quel filo porta il nome di papà Valentino, indimenticata icona del calcio del dopoguerra, che fu grande tra gli invincibili del Torino cancellato dalla tragedia di Superga.
Ieri sera, 11 agosto, Sandro jr ha incontrato con la sua signora una rappresentanza di interisti giovinazzesi, capeggiati dal vicepresidente del locale Inter Club, Giuseppe Depergola. Foto di rito in piazza Vittorio Emanuele II, con il sindaco Tommaso Depalma, ai piedi della Fontana dei Tritoni, simbolo di una cittadina legatissima più ai colori del blasonato club meneghino che a quelli biancorossi del Bari, squadra della terra dove sono nati.
La storia dei Mazzola a Giovinazzo è connessa ad uno scoglio a Levante, non lontano da un noto ristorante, dove il giovane Valentino fu immortalato con un manipolo di ragazzi (estate 1948, forse, in foto sotto l'articolo) in una cittadina del sud Italia che usciva allora a fatica dalla seconda guerra mondiale. Sandro lo ricorda bene ed in autunno, Covid permettendo, potrebbe essere in Puglia con suo figlio per salutare i tanti interisti locali e per riannodare una volta per tutte il filo con quella memoria di famiglia che non può andare perduta.
Non abbiamo perso l'occasione per chiacchierare con entrambi e quelle che vi proponiamo sono le due interviste, una del vivo e l'altra telefonica, che abbiamo realizzato.

L'INTERVISTA A SANDRO MAZZOLA JR

All'ombra della Fontana dei Tritoni che tanto piace a Vittorio Sgarbi, Sandro Mazzola jr ci ha raccontato del suo essere interista nel DNA: «Lo sono diventato a fine anni '80, sono nato nel 1968, un periodo in cui non si vinceva molto. Mi sono innamorato di quei colori per averli "respirati" in casa, ma i mei ricordi di ragazzino a San Siro sono legati a gente come Beccalossi e Altobelli, tanto per fare due nomi».
Non c'era nelle prima Coppe dei Campioni nerazzurre, né può avere ricordi della notte dell'Azteca, di quell'Italia-Germania 4-3 che ha consacrato la generazione di suo padre forse più della finale del '68 dell'Europeo vinta contro la Jugoslavia. Perciò Sandro jr non ha dubbi: «La partita dell'Inter a cui sono legato è il ritorno a Barcellona nell'anno del triplete. Perdemmo ma andammo in finale, una finale in cui ovviamente c'ero con amici a Madrid e che consacrò quel gruppo. Avevo atteso decenni quel momento. E poi sono fiero da italiano di essere stato a Berlino nel 2006 quando alzammo la coppa del mondo».
Quando gli abbiamo chiesto se possano esistere bandiere come suo padre nel calcio-business di oggi, lui non si è abbandonato al politicamente corretto ed è stato pragmatico: «È evidente che non possano esserci più i Facchetti, i Mazzola e forse nemmeno i Zanetti, o i Baresi e Maldini, per restare a Milano. Ma il calcio è cambiato ed io non biasimo ragazzi come Donnarumma, spesso sbeffeggiato perché ritenuto attaccato al danaro. In realtà è andato nel club più forte, ciò che l'Inter è stato in due diversi periodi della sua storia ed il Milan che vinceva tutto ha rappresentato nell'era d'oro. Va a Parigi perché lì potrà vincere e giocare coi migliori e questo conta nella carriera di un calciatore».
Sul padre, sul presunto complesso d'inferiorità nei confronti di nonno Valentino paventato da qualche giornalista, non ha dubbi: «Non può averlo provato, perché quando mio nonno morì, lui era un bambino. Ha solo dovuto dimostrare forse qualcosa in più ad inizio carriera, ma quando hanno capito che talento fosse, si sono convinti quasi tutti che avrebbe fatto anche lui la storia del calcio italiano».
E sulla stagione che inizierà tra 10 giorni non ha dubbi: «Se la Juve non fa ancora mercato, possiamo giocarcela. Mi piace l'idea di calcio di Simone Inzaghi e può davvero far bene da noi all'Inter. Tenere i tre di difesa, Barella e Lautaro è stata sin qui l'unica mossa possibile. Penso sia l'ossatura che ci potrà dare ancora soddisfazioni, magari non commettendo gli errori fatti in Europa da Conte nella prima parte di stagione, anche se lui è un grandissimo. Dzeko? Vediamo cosa succede... ».

L'INASPETTATA CHIACCHIERATA TELEFONICA CON SANDRO MAZZOLA SENIOR

Il mito era al telefono dal suo buen retiro in Sardegna. Sandro jr ce lo ha passato e la chiacchierata mentre passeggiavamo a Levante è stata breve ma molto intensa e carica di emozioni. Questo è ciò che ci ha raccontato la leggenda dell'Internazionale di Milano e dell'Italia.

Intanto grazie per questa opportunità...
Ma grazie a voi. Ma lei è interista? Perché ciò che è importante per me è che lei non sia di qualche altra squadra...

No sono legato alla mia terra e tifo Bari.
E allora va benissimo, anzi complimenti perché ha a cuore la sua gente e la maglia che la rappresenta anche in momenti difficili. Molto bene.

Sandro Mazzola è una icona del nostro calcio. Qual è l'avversario con cui ha avuto anche scontri aspri, ma che le è rimasto amico, che lei rispetta profondamente?
Senza dubbio Gianni Rivera. Il dualismo era creato più dai media, ma noi ci siamo sempre rispettati ed è ancora così.

Lo abbiamo chiesto a suo figlio e lo chiediamo a lei: possono esistere i Sandro Mazzola, le bandiere, nel calcio contemporaneo?
Non possono esistere a mio avviso in questa fase. Mi spiego meglio. Non sono assoluto sul tema, perché oggi è lo show business che comanda, ma credo che quel modo romantico di concepire il calcio prima o poi tornerà. Finiranno i soldi, non so quando ma prima o poi si tornerà indietro e ci sarà spazio di nuovo per le bandiere. Le ultime, Totti, Del Piero, Zanetti, sono in fondo andate via l'altro ieri.

Cosa la lega a questo lembo di Puglia?
Ho ricordi dolci di mio padre Valentino. Sbiaditi ma dolci, venivamo per i parenti e andavamo al mare e Giovinazzo, un posto che avrei tanto piacere a rivedere presto.

La lasciamo ponendole una domanda troppo ghiotta quando si ha a che fare con un campione dello sport come lei. Quale è stata la partita che lei ricorda di più? Una sola, ce ne deve dire una sola...
Non ho dubbi: Inter-Real Madrid 3-1 al Prater di Vienna, finale della Coppa dei Campioni del 1964. Non ho dormito la notte prima e ho la pelle d'oca anche ora che lo racconto a tanti anni di distanza. Loro erano il Real dei campionissimi, avevano vinto tutto, c'erano Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano. E noi eravamo gli emergenti, io giovanissimo. Eppure vincemmo noi, sì vincemmo noi ed io feci doppietta. E Puskas a fine partita mi chiese la maglia. Che soddisfazione!

La vedremo presto a Giovinazzo? Qui l'aspettano tutti, pure quelli che non tifano Inter, lo sa?
Sì, spero davvero presto di scendere da voi e di potervi finalmente incontrare tutti. Forse in autunno, vediamo.
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