Lucia Palmiotto
Lucia Palmiotto
Vita di città

Cronaca di una quarantena milanese

Una giovinazzese nel capoluogo lombardo racconta il suo isolamento lontano da casa

Ha fatto discutere il grande esodo avvenuto qualche settimana fa di studenti e lavoratori dal Nord per tornare nelle regioni meridionali di origine, dopo la chiusura totale dei confini della Lombardia. Un'altra fiumana di gente del Sud si è mossa poi più volte e più recentemente, suscitando nuovamente polemiche e parole di sdegno, a cui hanno fatto da cassa di risonanza soprattutto i social network. In molti, per lo meno in quelli che sono tornati, la paura ha prevalso; in molti altri, quelli che sono rimasti, ha avuto la meglio la responsabilità ed il buon senso, che non si sono piegati ad altri sentimenti, nonostante la mancanza della famiglia ed il timore della quarantena o di un possibile contagio affrontati in solitudine, lontani dall'affetto e dal sostegno dei propri cari.
Lucia Palmiotto appartiene alla seconda categoria, a quel gruppo di persone che si sono fatte coraggio, hanno domato la paura e non sono partite. Classe 1985, ingegnere chimico vive da qualche anno a Milano, dopo una esperienza in Corea del Sud e una lunga esperienza di lavoro a Ravenna, oltre ad anni da studentessa fuorisede a Pisa. Lucia abita lontana dalla sua città da circa 17 anni, ma a Giovinazzo ha lasciato un pezzo di cuore, gli amici e soprattutto la sua famiglia, che torna a trovare con cadenza periodica. Eppure, non ha esitato un istante, sin dall'inizio dell'emergenza sanitaria, mossa da quella risolutezza che la contraddistingue in ogni sua decisione (lo sa chi la conosce bene) ed è rimasta nel capoluogo lombardo.

Come sta vivendo l'isolamento?
Come tutti, con pazienza. Fortunatamente, la mia azienda mi ha dato da subito la possibilità di effettuare il lavoro agile. Quindi, lavoro da casa ed esco solo per fare la spesa o per altre emergenze. Le code per entrare nei supermercati e nelle farmacie sono infinite e bisogna recarsi in orari meno affollati per evitare lunghe attese. Io sono costretta ad andarci il fine settimana, perché lavoro fino al venerdì ed oltre gli orari di chiusura degli esercizi commerciali.

La solitudine è prevalente oppure riesce a tenere alto il morale?
Naturalmente, la solitudine si fa sentire. Non è facile vivere sola in 40 metri quadrati. Però, il lavoro mi tiene impegnata, direi per almeno l'80%, ed il resto del tempo lo trascorro dedicandomi a ciò a cui non ho avuto modo di dedicarmi prima. Di cosa ci lamentiamo se abbiamo tutti i confort possibili? Potrei vedere benissimo mio fratello, che vive a Milano in una residenza studentesca, ma ci siamo imposti di non incontrarci e di rispettare l'isolamento. La tecnologia ci aiuta e così ci vediamo dal pc (in foto Lucia Palmiotto è su Skype) per raccontarci le nostre giornate oppure semplicemente per condividere i pasti. Anche con amici e colleghi abbiamo adottato soluzioni simili. Per esempio, di recente abbiamo organizzato un aperitivo in videoconferenza: ognuno ha preparato qualcosa ed abbiamo mangiato insieme. Basta poco per sentirsi meno soli.

Qual è la percezione che si avverte a Milano ed in generale in Lombardia?
Non si può restare indifferenti di fronte a quello che sta succedendo, anche se si rimane a casa. Pur seguendo le notizie ed essendo profondamente solidali con chi sta soffrendo, si cerca di mantenere la calma e la lucidità. Io stessa provo a farlo, anche se sono crollata quando ho visto le immagini dei 70 feretri trasportati dalle 30 camionette dell'esercito a Bergamo. Ho avvertito un magone in gola e realizzato ancora di più la tragedia che stiamo vivendo. Molti temono che dal lodigiano e dalla bergamasca l'emergenza si sposti a Milano e provincia e la paura cresce perché gli ospedali lombardi sono in sofferenza.

Al netto delle conseguenze penali, dopo la scelta di non tornare a casa e di vivere in isolamento a Milano si è pentita? Lo rifarebbe?
Certo che lo rifarei, non mi sono mai pentita. A Giovinazzo ho i miei genitori e mia nonna, ma non avrei mai rischiato di metterli in pericolo per una mia debolezza. La responsabilità nei loro confronti è più forte di ogni mancanza, di ogni distanza, del sentimento umano della paura. Così come vivo con responsabilità l'obbligo di rimanere nella mia casa di Milano. Avendo una vita dinamica, come tutti qui, mi pesa ogni tanto stare chiusa tra quattro mura e non poter uscire all'aria aperta a fare due passi. Poi, però, penso che se fossi contagiata ed avessi bisogno di cure ospedaliere, potrei sottrarre posto a chi sta peggio di me ed è anziano. Il solo pensarci mi devasta. Come ho già detto, gli ospedali non riescono quasi più a reggere i ritmi di questi giorni.

Cosa le rimarrà di questo momento difficile vissuto da sola e lontana da casa?
Per quanto dolorosa e triste, questa esperienza mi sta insegnando tanto da un punto di vista umano. L'ho capito in occasione del flash mob di venerdì 13. Vedere tutti affacciati ai balconi cantare insieme l'inno di Mameli mi ha commossa profondamente e mi ha fatto capire quanto in realtà siamo uniti. E poi, proprio in quella occasione ed in altre simili, ho potuto conoscere i miei vicini. Cosa insolita, visto che a Milano, come in altre realtà del Nord, è raro si sappia chi vive accanto o di fronte alla nostra abitazione e che si socializzi. Ed invece, da un momento di condivisione, seppur in una circostanza non proprio felice, il modo di vedere e vivere le cose è cambiato. Questo accende un lumicino di fiducia, di speranza che la vita, nonostante tutto, sarà sempre più forte della morte.
(G.S.)

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