A Giovinazzo «i Di Cosola hanno contato sull’apporto delle Istituzioni»

È quanto emerge dalla relazione dell'Antimafia: «Il clan ha cercato di riconquistare un ruolo di egemonia»

venerdì 26 febbraio 2021 10.26
A cura di Nicola Miccione
«Seppur debilitato, il clan Di Cosola è tornato ad esercitare la sua influenza anche a Giovinazzo, dove il sodalizio ha cercato di riconquistare un ruolo di egemonia garantendosi la complicità di uomini delle Istituzioni infedeli». Ecco la foto della Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre 2020, in piena pandemia.

«In provincia di Bari - si legge sul dossier - la stretta contiguità territoriale e la comunanza d'interessi con le grandi consorterie mafiose del capoluogo continuano a caratterizzare le vicende criminali dei gruppi operanti in provincia, dove il controllo, a cura delle maggiori strutture mafiose del capoluogo, si esercita attraverso fidati referenti e riti di affiliazione: i clan dimostrano una forte propensione a rigenerarsi continuamente nonostante l'incessante azione repressiva dello Stato».

Il clan Di Cosola, ad esempio, considerato fino a qualche anno fa uno dei più radicati nel territorio, con fortissima influenza nei comuni a sud est del capoluogo e a nord (Giovinazzo), «oggi appare ridimensionato sia dalle vicende giudiziarie che l'hanno interessato, sia dall'apporto del suo capo, deceduto nel 2018. La morte del boss ha infatti determinato la chiusura di una fase storica e la polverizzazione del clan, atteso che molti affiliati sono transitati nelle fila di altre consorterie».

«Tuttavia e in tempi successivi - si legge a pagina 252 - il clan ha ridisegnato la sua recente configurazione, strutturata in tre diversi gruppi riferibili ai congiunti (fratello e nipoti) del boss deceduto, in dissidio tra di loro per la guida del clan, quindi contendendosi il ruolo di vertice». Nello scenario descritto si collocano i «riscontri investigativi che hanno acclarato l'esistenza di "fibrillazioni interne che potrebbero concretizzare il pericolo di gravi delitti anche con l'uso delle armi"».

Dunque «seppur debilitato, il clan Di Cosola è tornato a occuparsi del controllo attraverso le estorsioni esercitando la sua influenza a Giovinazzo, dove il sodalizio ha cercato di riconquistare un ruolo di egemonia garantendosi la complicità di alcuni uomini delle Istituzioni infedeli», indagati, tra l'altro, per concorso esterno in associazione mafiosa e colpiti dal sequestro di disponibilità finanziarie, attesa la sproporzione tra il patrimonio e i redditi percepiti dai nuclei familiari.

I sodalizi di Bari, benché fortemente colpiti dalle loro alterne vicende storiche e giudiziarie, cercano di riorganizzarsi nella provincia per assumere il predominio nel controllo del territorio, dimostrando di avere capacità di inquinare taluni apparati istituzionali. «L'assunto - si legge a pagina 259 - ha trovato recente conferma in un'indagine che ha svelato come un'articolazione del clan Di Cosola, operante a Giovinazzo, potesse contare sull'apporto di alcuni uomini delle Istituzioni».

Questi ultimi, «avendo allacciato rapporti stretti con la consorteria - è scritto - fornivano informazioni riservate "relative alle operazioni di polizia giudiziaria da compiersi e, comunque, in merito alle indagini in corso o i provvedimenti da eseguire". Quale corrispettivo per la corruttela un vero e proprio stipendio mensile veniva consegnato da elementi contigui al clan a un commerciante con "funzione di trait d'union e canale di collegamento tra il sodalizio mafioso i due militari"».

Ma la criminalità (a Giovinazzo è stata rilevata la presenza di gruppi riconducibili ai clan Capriati e Mercante-Diomede) potrebbe cercare di valorizzare pure altri settori. Per concludere «il territorio continua a essere interessato da rapine, anche se il fenomeno ha subito una flessione come per gli altri reati predatori».