Nell'anfiteatro del Convento dei Frati Cappuccini l'opera di Antonello Taranto
Sipario alle 19.00 di sabato 4 luglio
sabato 4 luglio 2026
14.39
Andrà in scena questa sera, sabato 4 luglio, lo spettacolo teatrale per la regia dello psichiatra Antonello Taranto, dal titolo "Scimmietta". Sipario all'anfiteatro del Convento dei Frati Cappuccini previsto per le ore 19.00.
La trama
La trama si consuma nel perimetro di un'illusione universale. C'è una bambina, figlia di un boss, cresciuta tra i complimenti scivolosi degli adulti e le difese a oltranza di genitori incapaci di sgridarla, convinti che il potere e il denaro siano l'unico scudo contro il mondo. Poi arriva un ragazzo, un tuffo nel mare azzurro - splendidamente evocato anche nella locandina - e la scoperta del primo amore. Ma i genitori scelgono la scorciatoia: una trappola, una soffiata al maresciallo, l'arresto di lui per «salvare» lei. Il risultato? Il ragazzo si salva davvero, studia, si laurea. Lei, invece, precipita nel vuoto di una latitanza dell'anima, tra polvere bianca e sassi in tasca, su uno scoglio da cui minaccia di saltare.
Lo spessore antropologico del dramma
Ma la forza di questo testo non sta nel resoconto di cronaca. Sta nello spessore antropologico che Taranto, con l'occhio clinico e umano del terapeuta, riesce a dare alla tragedia. Lo chiamano corto circuito educativo. Oggi assistiamo alla tragica transizione dal genitore-educatore al genitore-avvocato. La scena dei genitori che aggrediscono l'insegnante perché la figlia ha voti bassi non è solo un frammento teatrale, è la fotografia specchiata della nostra modernità. Proteggere i figli dai propri fallimenti significa condannarli all'analfabetismo emotivo. Il dramma profondo di Scimmietta nasce dall'inganno dei padri: credere che i soldi, i viaggi alle Maldive e le relazioni potenti possano comprare lo «stupore» della vita. Quando la realtà bussa alla porta, l'armatura di privilegi si rivela una prigione di solitudine. Quel salto finale, con le tasche piene di sassi, è l'urlo disperato di una generazione che chiede disperatamente un limite, un confine, un «no» che sia un atto d'amore e non di possesso. I genitori rimangono immobili come statue alle sue spalle: presenti fisicamente, ma tragicamente assenti e incapaci di sintonizzarsi sul dolore.
In un mondo che urla per farsi notare, questa rappresentazione (il ricavato va in beneficenza) sceglie la via del teatro e della solidarietà per curare le piaghe invisibili della nostra società. Mentre i media continuano a parlarci del nulla cosmico con toni apocalittici, è su pietre come quelle di Giovinazzo che si misura la vera statura dell'essere umano. La domanda finale del dramma, «Si salverà la nostra Scimmietta?», non è un espediente per tenere viva l'attenzione del pubblico. È una domanda rivolta direttamente a tutti noi.
La trama
La trama si consuma nel perimetro di un'illusione universale. C'è una bambina, figlia di un boss, cresciuta tra i complimenti scivolosi degli adulti e le difese a oltranza di genitori incapaci di sgridarla, convinti che il potere e il denaro siano l'unico scudo contro il mondo. Poi arriva un ragazzo, un tuffo nel mare azzurro - splendidamente evocato anche nella locandina - e la scoperta del primo amore. Ma i genitori scelgono la scorciatoia: una trappola, una soffiata al maresciallo, l'arresto di lui per «salvare» lei. Il risultato? Il ragazzo si salva davvero, studia, si laurea. Lei, invece, precipita nel vuoto di una latitanza dell'anima, tra polvere bianca e sassi in tasca, su uno scoglio da cui minaccia di saltare.
Lo spessore antropologico del dramma
Ma la forza di questo testo non sta nel resoconto di cronaca. Sta nello spessore antropologico che Taranto, con l'occhio clinico e umano del terapeuta, riesce a dare alla tragedia. Lo chiamano corto circuito educativo. Oggi assistiamo alla tragica transizione dal genitore-educatore al genitore-avvocato. La scena dei genitori che aggrediscono l'insegnante perché la figlia ha voti bassi non è solo un frammento teatrale, è la fotografia specchiata della nostra modernità. Proteggere i figli dai propri fallimenti significa condannarli all'analfabetismo emotivo. Il dramma profondo di Scimmietta nasce dall'inganno dei padri: credere che i soldi, i viaggi alle Maldive e le relazioni potenti possano comprare lo «stupore» della vita. Quando la realtà bussa alla porta, l'armatura di privilegi si rivela una prigione di solitudine. Quel salto finale, con le tasche piene di sassi, è l'urlo disperato di una generazione che chiede disperatamente un limite, un confine, un «no» che sia un atto d'amore e non di possesso. I genitori rimangono immobili come statue alle sue spalle: presenti fisicamente, ma tragicamente assenti e incapaci di sintonizzarsi sul dolore.
In un mondo che urla per farsi notare, questa rappresentazione (il ricavato va in beneficenza) sceglie la via del teatro e della solidarietà per curare le piaghe invisibili della nostra società. Mentre i media continuano a parlarci del nulla cosmico con toni apocalittici, è su pietre come quelle di Giovinazzo che si misura la vera statura dell'essere umano. La domanda finale del dramma, «Si salverà la nostra Scimmietta?», non è un espediente per tenere viva l'attenzione del pubblico. È una domanda rivolta direttamente a tutti noi.